La morte di Cristo, vita del cristiano
La generosa dedizione di Cristo si scontra con il peccato, realtà dura da accettare, eppure innegabile: il mysterium iniquitatis,
l’incomprensibile malvagità della creatura che per superbia si rivolta
contro Dio. La storia è antica quanto l’umanità stessa: ricordiamo la
caduta dei nostri progenitori, poi la catena di depravazioni che
scandisce l’itinerario degli uomini nella storia, e infine le nostre
ribellioni personali. Non è facile arrivare a cogliere tutta la
perversità del peccato e comprendere ciò che ne dice la fede. Eppure,
anche nelle cose umane, la gravità dell’offesa si misura dalla
condizione dell’offeso, dal suo valore personale, dalla sua dignità
sociale, dalle sue qualità. E l’uomo offende Dio: la creatura rinnega
il Creatore.
Ma Dio è amore. L’abisso di malizia che il peccato
comporta è stato colmato da una carità infinita. Dio non abbandona gli
uomini. Secondo i disegni divini, per riparare alle nostre mancanze,
per ristabilire l’unità spezzata, non bastavano i sacrifici dell’antica
Legge: era necessario il sacrificio di un Uomo che fosse anche Dio.
Possiamo immaginare — per avvicinarci in qualche modo a questo
insondabile mistero — che la Trinità, nella sua intima e ininterrotta
relazione d’amore infinito, decida eternamente che il Figlio Unigenito
di Dio Padre assuma la condizione umana, caricandosi delle nostre
miserie e dei nostri dolori, per finire inchiodato a un legno.
Questo fuoco, l’ardente desiderio di compiere il decreto salvifico del
Padre, informa tutta la vita di Cristo, fin dalla nascita a Betlemme.
Nei tre anni che passano con Lui, i discepoli lo sentono ripetere
instancabilmente che il suo cibo è fare la volontà di Colui che lo
invia. Finché, nel pomeriggio del primo Venerdì Santo, si concluse la
sua immolazione: Chinato il capo, spirò.
Così ci descrive Giovanni la morte di Cristo: Gesù, sotto il peso della
croce, addossandosi tutte le colpe degli uomini, muore per la violenza
e l’abiezione dei nostri peccati. Meditiamo su questo Signore, coperto
di ferite per amor nostro. Usando un’espressione che si avvicina alla
realtà, anche se non arriva a dire tutto, potremmo ripetere con un
autore antico: « Il corpo di Gesù è un grande quadro di dolori ». La
scena che ci presenta questo Cristo ridotto a uno straccio, un corpo
martoriato e inerte deposto dalla croce e affidato a sua Madre, è come
il ritratto di una disfatta. Dove sono le folle che lo seguivano? Dov’è
il Regno di cui annunciava l’avvento? Ma non è una sconfitta; è una
vittoria: ora Egli è più che mai vicino al momento della Risurrezione,
della manifestazione della gloria che ha conquistato con la sua
obbedienza.
96 Abbiamo appena rivissuto il dramma del Calvario, quella che io
chiamerei la Messa prima e originaria celebrata da Gesù stesso. Dio
Padre consegna suo Figlio alla morte. Gesù, il Figlio Unigenito,
abbraccia lo strumento con cui lo debbono "giustiziare"; il Padre
accetta il suo Sacrificio: e come frutto della Croce si effonde
sull’umanità lo Spirito Santo.
Nella tragedia della Passione culminano la nostra vita e tutta la
storia umana. La Settimana Santa non può ridursi a una mera
commemorazione: è la meditazione del mistero di Gesù Cristo che
continua nelle nostre anime. Il cristiano è chiamato ad essere alter Christus, ipse Christus.
Noi tutti, con il Battesimo, siamo stati costituiti sacerdoti della
nostra stessa esistenza per offrire vittime spirituali, ben accette a
Dio per mezzo di Gesù Cristo, per compiere ciascuna delle
nostre azioni in spirito di obbedienza alla volontà di Dio, perpetuando
così la Missione dell’Uomo-Dio.
Questa realtà, per contrasto, ci fa pensare alle nostre miserie, ai
nostri errori personali. Ma questa considerazione non ci deve
scoraggiare, né indurre all’atteggiamento scettico di chi ha rinunciato
ai grandi ideali. Il Signore ci vuole per sé e, così come siamo, vuole
renderci partecipi della sua vita, e ci chiede di lottare per essere
santi. La santità: quante volte pronunciamo questa parola come se fosse
priva di senso! Molti la considerano addirittura come un traguardo
irraggiungibile, un luogo comune della letteratura ascetica, non un
fine concreto, una realtà viva. Non la pensavano così i primi
cristiani, che usavano il nome di "santo" per chiamarsi fra loro, molto
spesso e con la massima naturalezza: Vi salutano tutti i santi;
Salutate tutti i santi in Cristo Gesù. Ora, di fronte al Calvario,
quando Gesù è morto e non si è ancora manifestata la gloria del suo
trionfo, è il momento di esaminare i nostri desideri di vita cristiana,
di santità; è il momento buono per riconoscere le nostre debolezze, e
reagire con un atto di fede, confidando nel potere di Dio e facendo il
proposito di vivificare con l’amore le cose della nostra giornata.
L’esperienza del peccato ci deve condurre al dolore, a una decisione
più matura, più profonda, di fedeltà, di vera identificazione con
Cristo, di perseveranza ad ogni costo nella missione sacerdotale che
Egli ha affidato a tutti i suoi discepoli senza eccezione, e che ci
stimola a essere sale e luce del mondo.
97 Il meditare sulla morte di Cristo diventa allora un invito ad
affrontare con assoluta sincerità i nostri impegni quotidiani, un
invito a prendere sul serio la fede che professiamo. Per cui la
Settimana Santa non può essere soltanto una parentesi sacra nel
contesto di una vita guidata da interessi umani: è invece un’occasione
per introdurci con maggiore profondità nel mistero dell’Amore di Dio e
poterlo poi mostrare agli uomini con la parola e con l’esempio.
Ma il Signore detta delle condizioni. C’è una sua dichiarazione riferita da san Luca dalla quale non si può prescindere: Se
uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i
fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio
discepolo. Sono parole dure. Certo i termini "odiare" o "detestare"
non rendono bene il pensiero originale di Gesù; ma in ogni caso il
Signore usò un’espressione forte, che non si può ridurre all’"amare di
meno" con cui a volte è stata interpretata, cercando di addolcirla. La
tassatività di questa frase è tremenda, non perché implichi un
atteggiamento negativo o spietato (il Gesù che la pronuncia è lo stesso
che ordina di amare gli altri come la propria anima e che offre la
propria vita per gli uomini), ma perché essa sta a indicare
semplicemente che davanti a Dio non c’è compromesso che valga. Le
parole di Gesù si potrebbero tradurre con un "amare di più", "amare
meglio"; non amare con un amore egoista e di breve respiro: dobbiamo
amare con l’Amore di Dio.
Ecco il segreto, ribadito dall’ultima delle condizioni poste da Gesù ai suoi discepoli: Et animam suam;
la vita, l’anima stessa, ecco ciò che ci chiede il Signore. Se siamo
fatui, se ci preoccupiamo solamente della nostra personale comodità, se
facciamo di noi stessi il centro dell’esistenza degli altri e del
mondo, non abbiamo il diritto di chiamarci cristiani, discepoli di
Cristo. Ci vuole una donazione che si dimostri con la verità dei fatti,
non soltanto a parole. L’amore di Dio ci invita a prendere con
decisione la croce, sentendo anche su di noi il peso dell’umanità tutta
e realizzando, nelle circostanze proprie della condizione e del lavoro
di ciascuno, i propositi chiari e amorosi della volontà del Padre.
Infatti, nel passo che stiamo commentando, Gesù dice ancora: Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Accettiamo senza timore la volontà di Dio, decidiamoci senza esitazione
a edificare la nostra vita secondo gli insegnamenti e le esigenze della
fede. Andremo sicuramente incontro a difficoltà, sofferenze, dolori; ma
se veramente possediamo la fede non ci considereremo mai degli
infelici: anche tra le pene e le calunnie saremo felici, di una
felicità che ci spingerà ad amare gli altri per renderli partecipi
della nostra gioia soprannaturale.
98 Essere cristiani non costituisce un titolo di mera soddisfazione
personale: è un titolo — una sostanza — di missione. Già prima
ricordavamo che il Signore invita tutti i cristiani a essere il sale e
la luce del mondo. Facendo eco al suo invito e citando alcuni testi del
Vecchio Testamento, san Pietro inquadra con molta chiarezza questo
compito: Voi
siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il
popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di
lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce.
L’essere cristiani non è una circostanza accidentale: è una realtà
divina che si innesta nel più profondo della nostra vita dandoci una
visione chiara e una volontà decisa, per poter agire secondo il volere
di Dio. Si impara così che il pellegrinaggio del cristiano nel mondo
deve trasformarsi in un servizio continuo, un servizio con modalità che
variano secondo le circostanze personali, ma che deve essere sempre
improntato all’amore di Dio e del prossimo. Essere cristiani è agire
senza pensare ai traguardi meschini del prestigio o dell’ambizione o ad
altre finalità che possono sembrare più nobili, come la filantropia e
la compassione davanti alle disgrazie altrui: è passare attraverso
tutto questo, mirando al termine ultimo e radicale dell’amore che
Cristo ha rivelato morendo per noi.
Si osservano a volte degli atteggiamenti che derivano dall’incapacità
di penetrare in questo mistero di Gesù. Per esempio, la mentalità di
chi vede nel cristianesimo soltanto un insieme di pratiche e atti di
pietà, senza coglierne il nesso con le situazioni della vita ordinaria,
con l’urgenza di far fronte alle necessità degli altri e di sforzarsi
per eliminare le ingiustizie.
Direi che chi ha questa mentalità non ha ancora compreso che cosa
significa che il Figlio di Dio si sia incarnato, abbia preso corpo,
anima e voce umana, abbia condiviso il nostro destino, fino a
sperimentare la suprema dilacerazione della morte. Magari senza volere,
alcune persone considerano Cristo come estraneo all’ambiente degli
uomini.
Altri, invece, tendono a immaginare che per poter essere umani bisogna
mettere in sordina alcuni aspetti centrali del dogma cristiano, e
agiscono come se la vita di preghiera, il colloquio continuo con Dio,
costituissero un’evasione dalle proprie responsabilità e un abbandono
del mondo. Dimenticano che fu proprio Gesù a rivelarci fino a quali
estremi debbono essere spinti l’amore e il servizio. Soltanto se
cerchiamo di capire il mistero dell’amore di Dio, il mistero dell’amore
che arriva fino alla morte, saremo capaci di darci totalmente agli
altri senza lasciarci sopraffare dalle difficoltà o dall’indifferenza.
99 È la fede in Cristo morto e risorto, presente in tutti i momenti
della vita, che illumina le nostre coscienze stimolandoci a partecipare
con tutte le forze alle vicissitudini e ai problemi della storia umana.
In questa storia, che iniziò con la creazione del mondo e terminerà
alla fine dei secoli, il cristiano non è un apolide. È un cittadino
della città degli uomini, che ha l’anima piena del desiderio di Dio e
che già in questa tappa del tempo comincia a intravedere il suo amore,
riconoscendo in esso il fine a cui sono chiamati tutti coloro che
vivono sulla terra. Se la mia testimonianza personale può avere qualche
interesse, posso dire che ho concepito il mio lavoro di sacerdote e di
pastore di anime come un compito volto a porre ciascuno di fronte a
tutte le esigenze della sua vita, aiutandolo a scoprire ciò che in
concreto Dio gli chiede, senza porre alcun limite a quella santa
indipendenza e a quella benedetta responsabilità personale che sono le
caratteristiche proprie della coscienza cristiana. Questo spirito e
questo modo di agire si basano sul rispetto per la trascendenza della
verità rivelata e sull’amore per la libertà della creatura umana.
Potrei aggiungere che si basano anche sulla certezza della
indeterminazione della storia, aperta a molteplici possibilità che Dio
non ha voluto precludere.
Seguire Cristo non vuol dire rifugiarsi nel tempio, scrollando le
spalle davanti allo sviluppo della società, alle conquiste o agli
errori degli uomini e dei popoli. La fede cristiana, al contrario, ci
porta a vedere il mondo come creazione del Signore, apprezzando tutto
ciò che è giusto e bello, riconoscendo la dignità di ogni persona,
fatta a immagine di Dio, ammirando il dono specialissimo della libertà,
grazie al quale siamo padroni dei nostri atti e, con l’aiuto divino,
possiamo costruire il nostro destino eterno.
Impoverisce la fede chi la riduce a un’ideologia terrena, inalberando
una bandiera politico-religiosa per condannare, in virtù di non si sa
quale investitura divina, tutti quelli che non la pensano come lui su
problemi che, per la loro stessa natura, ammettono le soluzioni più
diverse.
100 Questa digressione ha il solo scopo di porre in evidenza una verità
centrale: che la vita cristiana trova il proprio senso in Dio. Gli
uomini non sono stati creati soltanto per edificare un mondo che sia il
più giusto possibile; oltre a questo noi siamo sulla terra per entrare
in comunione con Dio stesso. Gesù non ci ha promesso né la comodità
temporale né la gloria terrena, ma la casa di Dio Padre che ci aspetta
alla fine del nostro cammino
La liturgia del Venerdì Santo contiene un inno meraviglioso: il Crux fidelis.
Esso ci invita a cantare il glorioso combattimento del Signore, il
trofeo della Croce, lo splendido trionfo di Cristo: il redentore
dell’universo, nell’essere immolato, vince. Dio, padrone di tutto il
creato, non afferma la propria presenza con la forza delle armi o con
il potere temporale dei suoi, ma con la grandezza infinita del suo
amore.
Il Signore non distrugge la libertà dell’uomo: fu proprio Lui a
liberarci. Perciò non vuole risposte forzate; vuole decisioni che
scaturiscano dall’intimità del cuore. E chiede a noi cristiani di
vivere in modo tale che chi ci avvicina, aldilà delle nostre miserie
personali, dei nostri errori e delle nostre deficienze, avverta l’eco
del dramma d’amore del Calvario. Tutto ciò che abbiamo ci viene da Dio
perché Egli ha voluto fare di noi il sale che dà sapore, la luce che
porta agli uomini la lieta notizia che Dio è un padre e ama senza
misura. Il cristiano è sale e luce del mondo non perché vince e
trionfa, ma in quanto dà testimonianza dell’amore di Dio; ma non sarà
sale se non serve per salare; non sarà luce se non offre con il suo
esempio e con la sua dottrina una testimonianza di Gesù, se perde ciò
che costituisce la ragion d’essere della sua vita.
101 Conviene che approfondiamo ciò che la morte di Cristo ci rivela,
senza arrestarci alle forme esteriori o alle frasi stereotipate. È
necessario prendere parte alle scene che riviviamo in questi giorni: il
dolore di Gesù, le lacrime di sua Madre, la fuga dei discepoli, la
fortezza delle pie donne, l’audacia di Giuseppe e di Nicodemo che
chiedono a Pilato il corpo del Signore.
Avviciniamoci, insomma, a Gesù morto, alla croce che si staglia sulla
cima del Golgota. Ma con sincerità, sapendo trovare quel raccoglimento
interiore che è segno di maturità cristiana. Gli avvenimenti divini e
umani della Passione entreranno così nell’anima, come parole rivolteci
da Dio stesso per svelare i segreti del nostro cuore e rivelarci quello
che si aspetta dalle nostre vite. Molti anni fa vidi un quadro che mi
restò profondamente impresso. Rappresentava la croce di Cristo con
accanto tre angeli: uno piangeva sconsolato; l’altro teneva un chiodo
in mano, come per convincersi che era tutto vero; il terzo era raccolto
in preghiera. Un programma sempre attuale per ognuno di noi: piangere,
credere e pregare.
Davanti alla Croce, ci vuole dolore dei nostri peccati, dei peccati
dell’umanità che portarono Gesù alla morte; fede, per addentrarci in
questo mistero che supera ogni intelletto e per meravigliarci di fronte
all’amore di Dio; preghiera, perché la vita e la morte di Cristo siano
il modello e lo stimolo della nostra vita e della nostra dedizione.
Solo così potremo chiamarci vincitori: perché Cristo risorto vincerà in
noi e la morte si trasformerà in vita.
Fonte Audio/Testo: Opus Dei
